Luoghi e memorie
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17 Maggio 2010
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Luoghi e memorie

Bassa Bresciana - Il calendario delle piante non tiene mai conto di quello astronomico congegnato dagli uomini per regolare il loro tempo, ma obbedisce piuttosto alle condizioni meteorologiche imprevedibili stabilite dalla volontà divina o dalle arcane leggi della natura.
Così il tardivo arrivo della primavera, seguito ad un inverno rigido e quanto mai piovoso, ha spostato in là di qualche settimana le spettacolari fioriture tipiche della bella stagione. In compenso gli umori abbondanti della terra hanno favorito la rapida crescita delle erbe e delle foraggiere. Insomma, tutto il male non vien per nuocere. Ci sarà sicuramente un taglio eccezionale di maggengo e di questo gli agricoltori non si lamenteranno.
Domenica 25 aprile, Festa nazionale della Liberazione. Il sole finalmente degno del calendario ci ha permesso di dare un calcio alle ubbie invernali e di immergerci nella verde tavolozza della nostra campagna. E’ questo il colore soverchiante che ci ha riempito gli occhi fin dal primo mattino, pur ovattato da nebbie sottili che fluttuavano sulla pianura e che velavano un cielo ancora sonnacchioso.
Come si impara ad apprendere dalle tradizioni, il verde è il colore della speranza, ma su di noi quello assolutamente dominante del paesaggio di Villagana ha avuto un subitaneo effetto rilassante; ci ha riconciliati immediatamente con l’ambiente della nostra vita dopo alcuni mesi di mancata frequentazione.
E quale luogo migliore dell’Isola Uccellanda per siglare una pace tanto agognata e attesa? Questa riserva naturale protetta in riva sinistra dell’Oglio è davvero un privilegio che noi villaclarensi condividiamo volentieri con i sempre più numerosi amanti degli sport all’aria aperta. Di buonora il traffico delle byke sui sentieri della riserva è già discreto e tanti sono i cordiali saluti che ci scambiamo con i pedalatori che incrociamo, ai quali cediamo doverosamente il passo. Segno di buonumore e di benessere fisico.
Come si diceva, il verde è imperante e pervasivo, tanto da specchiarsi senza concorrenti nelle acque fluviali. Quasi a dire: “Oglio delle mie brame, sono io il colore più bello del tuo reame!â€. Effettivamente si tratta di uno sfoggio esuberante, in grado di sciorinare ogni possibile sfumatura. Ogni foglia, ogni stelo d’erba esibisce la sua cromia senza pudore.
Tuttavia se il verde si è imposto in breve alla nostra vista, non ci sfuggono certe bianche esplosioni che accendono qua e là il bosco, mentre l’olfatto intercetta quell’’â€odorino amaro†tanto caro al poeta Giovanni Pascoli. Con la sostanziale differenza che non siamo nella decadente e breve estate di San Martino, ma nell’apoteosi del risveglio primaverile. Sono i biancospini che ci offrono questo dono gradito.
Un tempo il biancospino veniva usato per creare siepi che, per il coacervo dei suoi rami dotati di spine, risultavano impenetrabili e tenevano lontani gli animali che intendessero cibarsi delle loro foglie. La longevità della pianta, che può agevolmente giungere ad un’età secolare, conferisce al legno a lenta crescita, durezza, peso e compattezza. Pregi che i contadini di una volta sfruttavano per ricavarne manici, denti di rastrelli, raggi di ruote ed altri oggetti resistenti e durevoli.
Le bacche vermiglie, che maturano al principio dell’autunno, hanno un gusto farinoso. I Romani ne erano ghiotti e le mangiavano insieme ai datteri ed alle nocciole mentre assistevano agli spettacoli circensi. Ma i frutti del biancospino costituiscono soprattutto la pastura abituale di molte specie di uccelli stanziali durante la stagione invernale.
Oggi le proprietà terapeutiche delle drupe carnose trovano applicazione in erboristeria contro le angine pectoris e le “palpitazioni†cardiache. Conosciute sono anche la loro discreta azione sedativa a livello centrale (calmano il nervosismo) e la loro capacità di intrappolare i radicali liberi.
Noi del biancospino, arbusto appartenente alla famiglia delle rosacee, che cresce spontaneo nelle macchie boschive dell’Oglio villaclarense, apprezziamo soprattutto lo splendore della fioritura che ci regala una piacevole serenità . Il candore dei fiori ed il sottile profumo che emanano, attira le api operose ed altri insetti che passando di corolla in corolla favoriscono l’impollinazione e con essa l’annuale miracolo della natura che si rigenera e si rinnova.
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27 Aprile 2010
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Bassa bresciana - Riposano sotto una falce di luna i campi di colza. Uno spicchio di luna crescente che non può illuminare tutta quella luce. E’ al mattino,al primo sole, che le sferzate di giallo colorano di paglierino la pianura. E con la luce del sole, ad ogni ora, il giallo varia fino a spegnersi in un rosso tramonto di primavera.
Ne ho visti di campi di colza da bambina,erano soprattutto autunnali e ancora ne trattengo, nelle narici, l’odore sgradevole che dal campo arrivava fino alla stalla .Le mucche lo mangiavano quel giallo,lo ruminavano quel sole e il loro latte odorava di questi balsami intensi.
Sfrecciando in macchina,si ha la sensazione che i campi di colza siano infiniti ma quel mare giallo non entrerà direttamente nel latte .Un po’ come quando allatti un bambino e ti consigliano di non mangiare cipolle o broccoli ,tutte quelle verdure che potrebbero togliere il dolce al latte e dargli un sapore troppo forte per il neonato. Il latte oggi sa di latte scremato senza profumo e odore particolare. Allora dove finirà tutto il raccolto? Come mai dopo anni in cui non si vedeva più giallo è ritornato prorompente, come pennellate distratte di un pittore che cerca ispirazione in nuovi colori?
Ho cercato di informarmi. Innanzitutto il colza (è divenuto improvvisamente maschile)è una coltura da rinnovo, in secondo luogo è adatta ai terreni non irrigui ed è una valida alternativa per evitare la monocoltura  dei cereali . Il colza aumenta la sostanza organica nel terreno, limita la presenza di malerbe e di insetti terricoli. L’anticipo della raccolta rispetto ai cereali autunno vernini permette inoltre una semina in secondo raccolto di soia. Insomma per dirla in parole povere …fa bene alla terra.
Certo dai semi si può ricavare olio anche per uso alimentare, ma questa cosa mi fa rabbrividire visto che per me , olio, significa solo olio extravergine di oliva(anche le poche volte che lo uso per friggere). Sembra comunque che ne facciano uso le grandi catene alimentari ,non so con quale danno per la salute.
Uno degli impieghi ultimi è legato all’ambiente. Infatti l’ olio di colza così come quello di soia e girasole serve per produrre il biodiesel, un carburante rinnovabile. Le sue caratteristiche , questo ho letto, lo rendono perfettamente utilizzabile, anche in miscela con il gasolio tradizionale, in tutti i motori Diesel, senza alcuna modifica dei medesimi.
Le sue caratteristiche "ambientali" sono però enormemente superiori al gasolio, in quanto, pur possedendo un potere energetico analogo ad esso, ha i seguenti vantaggi:non aggiunge CO2 all'aria,non contiene componenti aromatici,non contiene zolfo, riduce del 50% la fumosità del motore,è completamente e rapidamente biodegradabile. Il Biodiesel abbatte di oltre l’80% gli inquinanti. Evidentemente a qualcuno queste possibilità non stanno bene …. pensiamo per esempio ai grandi produttori di carburanti. Comunque io ne so poco di questi argomenti, non ne conosco gli aspetti positivi e negativi. Mi limito a guardare.
Ammiro la bellezza incantevole dei campi che si muovono insieme, accarezzati dalla brezza primaverile, onde placide talvolta, puledri in lenta cavalcata.
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26 Aprile 2010
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Luoghi e memorie

Il mio fiume è l’Oglio villaclarense che conosco come le mie tasche e che frequento da sempre, anche se è cambiato negli anni e mi appare sempre diverso ogni volta che lo vedo. I suoi umori mutano continuamente, come le vedute panoramiche che mi regala. L’acqua che corre è un po’ la metafora della vita che se ne va senza requie. Con i suoi acciacchi e i suoi veleni esso è lo specchio della nostra civiltà poco lungimirante che consuma e inquina. Pur così malmesso esso mi attira comunque perché è il più bel dono che ci ha fatto madre natura, perché porta in sé il senso del mistero e ancora tanti segreti da rivelare.
Prendo dunque in consegna l’Oglio al confine comunale con Barco. Ne seguirò il corso a piedi per sei o sette chilometri, lasciandolo al confine con Aqualunga. Ho iniziato ad amare il mio fiume fin dagli anni Sessanta. Allora esso era una delle mete preferite delle scorribande estive del gruppo di ragazzini a cui appartenevo.Tanta acqua è passata nel frattempo e le manomissioni degli uomini l’hanno stravolto rendendolo quasi irriconoscibile.
Verso la metà degli anni Sessanta furono le poderose arginature in pietrisco ad imbrigliarne la forza e ad impedirne le divagazioni. Seguì un decennio di escavazioni selvagge che ne abbassarono il letto facendo sparire le distese di sabbia, prosciugando le aree umide e inaridendo il sottobosco delle aree arboree residue. Nelle adiacenze le grandi opere di accorpamento fondiario hanno alterato il paesaggio fluviale lasciando enormi spianate prive di alberi e spingendo i coltivi fino alle sponde.
I Trattati di Vaprio del 1754, con le opportune rettifiche e compensazioni territoriali, fissarono nella linea mediana dell’Oglio il confine di Stato tra la Repubblica di Venezia e il milanese austriaco. Quello rimane tuttora il confine amministrativo tra le province di Brescia e Cremona, anche se il fiume nel corso del tempo, seguendo le sue inclinazioni, si è sbizzarrito a zigzagare tra l’una e l’altra riva.
E’ così avvenuto che, intorno al 1930, una rotta straordinaria abbia lasciato un pezzo di Comune di Villachiara in riva destra, oggi in parte corrispondente al Bosco della Marisca, o Marisa, dal nome della cascina in precedenza lambita dalla corrente. Il cambio di direzione verso est investì ben presto la costa su cui sorgeva l’Antes, antico fienile dal nome gentile attribuitogli dai pastori orobici che vi svernavano nei secoli passati. Abbandonata dagli abitanti negli anni Cinquanta, la cascina venne lentamente trascinata nel fiume, fino a quando, nel 1977, precipitò nelle sue acque l’ultimo brandello di muro. A memoria del sito su cui sorgeva, rimane uno stagno isolato dall’argine che si copre ogni anno di ninfee dai grandi fiori gialli.

Nel 2001 Cinzio De Carli, un anziano pescatore di Brescia, rinvenne sul greto ghiaioso sotto la cascina Carla un teschio incredibilmente ben conservato di bisonte primitivo, grande ruminante che dominava le radure planiziali in epoche preistoriche. Di fronte allo spettacolo settimanale dei gitanti occasionali che si rilassano all’ombra del pioppeto, la mente fa fatica ad immaginare il paesaggio primordiale e selvaggio di questa plaga, dove pascolavano bisonti, mammut ed altri erbivori di grossa taglia.
Scendendo per alcune centinaia di metri, si arriva alla Rinada, col suo immenso ghiaione infestato di erbe. Un tempo al posto dei sassi vi era una distesa di sabbia costellata di piccole morte, incubatoio naturale di tante specie ittiche. La costa franosa alle spalle dove centinaia di gruccioni nidificavano scavando cunicoli negli strati sabbiosi, è ora occultata dalla vegetazione.
Proseguendo nel cammino, la costa si ritira verso Bompensiero liberando alla vista il profondo scenario del Buco della Cagna col suo metallico pluvot che irriga la distesa a perdita d’occhio di mais. L’altezza dell’argine permette di abbracciare un lungo tratto di fiume che rispecchia gli umori del cielo e di cogliere i brevi voli degli aironi e di altri uccelli acquatici. Arrivo all’antica strada del porto di Bompensiero che assicurava i collegamenti diretti con Genivolta, attivo col suo traghetto fino all’inizio dell’Ottocento. La strada sterrata si snoda ora in parallelo col fiume. Sulla sinistra un pioppeto ed un’area umida, ricca di vegetazione palustre, occupano il vasto comprensorio recuperato alla rovinosa erosione del 1977. Uno dei due stagni rimasti, nell’estate del 2006 ha assunto una inedita e vistosa colorazione rossa, preludio forse, così si temeva, alla sua morte biologica. Il fenomeno è in corso di replica pure in questa estate anticipata dalle calure di maggio, attirando molti curiosi ed anche l’attenzione dei giornali e di due televisioni. Accurate analisi di laboratorio ne attribuiscono la causa ad un’alga benigna, l’Euglena sanguinea che non turba la vita della fauna ittica e della vegetazione palustre. In effetti, nugoli di piccoli pesci gatto nuotano, come nulla fosse, sotto il pelo dell’acqua, incuranti dei curiosi che si godono l’inconsueto spettacolo del velo purpureo che li sovrasta.
Poco avanti mi trovo di fronte allo scolmatore di Genivolta che scarica nell’Oglio le acque in esubero del cremasco e dell’alto cremonese. Di recente è entrata in funzione una centralina per la produzione di energia elettrica pulita sfruttandone la forza idraulica. Ma le vicende che lo riguardano iniziano nel 1886, quando i possidenti bresciani, in testa il conte Angelo Martinengo, ne bloccarono la costruzione temendo che l’aumentato volume delle acque accentuasse l’erosione delle sponde, minacciando di conseguenza le loro proprietà . Il manufatto venne di fatto inaugurato solo nel maggio del 1981. Lo scolmatore segna il punto di svolta del fiume che da qui in poi vira decisamente in direzione sud-est.
Prendo il sentiero che lambisce la distesa secca del Brasile coltivata a frumento; sullo sfondo le ultime case di Bompensiero che fanno capolino dalla costa; più vicine la Bellopera e i Combattenti, cascine solari sorte nel primo dopoguerra a suggello dell’ultima grande bonifica. La pista si inoltra nella Riserva Naturale Protetta dell’Isola Uccellanda. L’intrico arboreo che la caratterizza cela alla vista i meandri dell’Oglio, la cui vicinanza si percepisce tuttavia dal rumore della corrente. Dal disordine cupo della vegetazione si riemerge ogni tanto alla luce delle radure che mostrano bellissimi scorci di fiume. Percorro a passo lento il sentiero che porta al Cantalupo. Alberi sani si alternano a tronchi secchi, ritti come totem o marcescenti a terra sotto l’azione ecologica dei funghi e delle muffe. E’ la natura che tutto trasforma e tutto rinnova. Ovunque, a seconda della stagione, fiori dal colorito delicato e dal tenue profumo, o bacche dalle accese cromie. La spessa barriera dei salici argentati che hanno colonizzato la riva, flette dolcemente ad ogni colpo di brezza.

Mi soffermo un po’ sul ponte del Cantalupo a contemplare il Gambalone che muore nell’Oglio prima di riprendere il passo verso l’Isola. Il fiume disegna uno stretto meandro che abbraccia il vasto ghiaione cremonese. In fondo, a mattina, dietro il frutteto, si intravede la cascina Bramano. Li i tedeschi in ritirata nell’aprile 1945 bivaccarono per l’ultima volta prima di deporre le armi e di consegnarsi ai patrioti di Villachiara. Nel 1556 al Cantalupo il conte Bartolomeo III Martinengo, con un nutrito gruppo di zappatori, tentò di deviare il corso dell’Oglio che qui iniziava la grande parabola che lo conduceva fino ai piedi di Villagana. Il colpo di mano venne sventato dal tempestivo intervento delle autorità cremonesi.
Quello che non riuscì al conte, lo fece il fiume nel 1774 con una rotta memorabile. Ne risultò un’isola occupata dal bosco di don Giulio Bramani. Sullo stagno residuo dell’antica lanca sorge oggi una villa, mentre buona parte dell’Isola è stata recuperata all’agricoltura negli ultimi decenni ed è oggi occupata dai recinti di un bene avviato allevamento di cavalli da competizione.
Il fiume scende ora decisamente verso il sito del secolare porto di Villagana, di fatto dismesso solo nel 1938. Dall’altra parte giungono le voci e i suoni dello chalet Oasi. Della spiaggia e dei bagnanti bresciani e cremonesi che la affollavano fino agli anni Ottanta, nessuna traccia. Rari anche i pescatori che preferiscono i laghetti di cava.
Nella desolazione dei ricordi, attraverso l’ultimo tratto di bosco fermandomi un momento ad osservare l’alveo interrato della morta che da adolescente attraversavo per raggiungere il greto. Mi resta ormai l’ultimo tratto di sentiero per raggiungere la foce dell’Oriolo, confine con Acqualunga. A sinistra si apre la bassura delle Lanche di Azzanello, area protetta che si allaga nei rari casi di piena e di esondazione del fiume. All’opposto la spianata chiamata un tempo della Mezzaluna, completamente bonificata e coltivata a mais. Non c’è più il capanno in muratura che si diceva di Gioan caciadur, rifugio sicuro per noi ragazzi allo scatenarsi dei temporali estivi. Sullo sfondo, illuminata dal sole, corre la linea sinuosa della costa da cui svetta Villagana con la suggestione delle sue torri e del suo palazzo, cartolina senza tempo, sempre uguale e sempre affascinante.
Paolo Zanoni - fotografie di Luciano Zanoni - Bassa Voce luglio 2007
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25 Aprile 2010
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Luoghi e memorie
Nel racconto di Umberto Giovini, testimone diretto di quei giorni del 1945, si intrecciano ricordi drammatici, grandi ideali e un appello a non dimenticare. L'ultimo partigiano di Coccaglio: «Fui ferito e sfuggii per miracolo a un fascista che voleva fucilarmi Ma giorni dopo fui io a salvare lui»

Umberto Giovini ricorda quei giorni drammatici
Novant'anni a luglio, Umberto Giovini, è in ottima forma: legge «L'Unità » senza occhiali («anche se è un po' piccola»), segue trasmissioni di politica, storia, cronaca, telegiornali.
«QUESTO 25 APRILE sarò come sempre a Coccaglio, dove sono caduti i miei amici per i valori che stanno nella Costituzione. Molto è cambiato ma non mi sembra in meglio: i discorsi di alcuni politici mi ricordano quelli del duce alla radio, e la storia dei bambini di Adro, mi ricorda la mia, quando nel '29 alla morte di mio padre, mia madre restò con me e due sorelle più grandi. A dieci anni, dopo la terza andai in cascina per mangiare polenta».
È l'ultimo partigiano vivente di Pontoglio, Giovini, ed è un fiume di ricordi: «Ero partito da Pontoglio per Pinerolo nel 1940: dovevamo andare in Africa, ma ci mandarono a Sanremo, e da Alpino ho fatto il vigile urbano sulla strada per Ventimiglia. Poi ci mandarono a Napoli, e nel settembre del '41 in Russia. Sono tornato a Pontoglio il 25 luglio del '43 quando cacciarono il duce».
«Pensavo fosse finita - rivela - ma dopo l'8 settembre dopo tre cartoline, non potevo rimanere, era dovuto scappare il curato Don Giuseppe Giavarini, il parroco Don Gianbattista Orizio era al confino in Calabria dal 28. Sono andato con altri sulle montagne portando per mesi, a piedi e di notte, viveri, armi e munizioni che rubavamo ai fascisti e ai tedeschi fino a Monno e all'Aprica».
«LA GUERRA stava finendo - racconta - quando la notte del 25 aprile ci telefonarono che la colonna Farinacci, puntava su Bergamo. Da Pontoglio, sotto la pioggia siamo partiti su un camion, incrociandola, senza riconoscerla, in centro a Coccaglio. I mortai hanno centrato il camion e molti compagni sono stati presi. Io sono stato ferito da una pallottola che mi ha attraversato un polmone: un tedesco con la pila mi ha portato nell'ospedale, dove un dottore tedesco con una suora al fianco mi ha operato. In quel momento è entrato un fascista che voleva portarmi via: il dottore glielo ha impedito salvandomi da un fascista italiano che mi voleva fucilare, come i miei compagni massacrati dietro la chiesa».
IL RICORDO lo ha aiutato a perdonare: «Quando mi hanno portato in ospedale a Chiari, svegliandomi ho riconosciuto nel letto vicino al mio quel fascista: l'avevano ferito a Cologne mentre scappava. Faticando con il sangue in bocca, ho spiegato chi era: l'hanno portato in caserma, dove dai suoi documenti è risultato ‘guardia del duce'. L'ho rivisto in prigione a Brescia: si è inginocchiato dicendomi che aveva moglie e due figli a Firenze. Avrei voluto vendicarmi, ma ho firmato il perdono. È tornato a casa e non l'ho più rivisto».
E tornando all'attualità Giovini conclude. «Sarò a Coccaglio anche per quel medico tedesco: se sono vivo è prechè lui ha rispettato le regole morali. Come quelle della Costituzione, per cui sono morti i miei compagni».
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21 Febbraio 2008
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Luoghi e memorie

Correva l’anno 1556 e l’anziano conte Bartolomeo Martinengo, per non smentire una vita di prepotenze, mise in atto un ultimo colpo di mano.
Dietro suo comando, circa duecento braccianti tentarono con carri e badili di scavare un canale per deviare il corso dell’Oglio in località Cantalupo, dove il torrente Gambalone si getta nel fiume.
Con questa azione egli intendeva impossessarsi del bosco circoscritto da un ampio meandro che si spingeva fin sotto Villagana. Il tempestivo intervento dell’agente Alessandro Vallara, valse a scongiurare la manovra ai danni del vescovado cremonese.
Con i trattati di Vaprio del 1754, stipulati tra la Serenissima e gli austriaci del Ducato di Milano, vennero fissati i confini di Stato nella linea mediana del corso d’acqua, che rimangono tuttora immutati a delimitare le province di Brescia e Cremona, malgrado i successivi spostamenti del letto fluviale.
Quello che non riuscì al conte Bartolomeo, lo fece l’Oglio stesso nel 1774 con una piena memorabile che lasciò in sponda sinistra una grande isola circondata a nord da una lanca di acque morte. Col passare degli anni lo stagno si è man mano prosciugato e le foglie ed i tronchi marcescenti a terra hanno arricchito di humus le rive, ancora ben delineate, che contenevano l’antico alveo. Gli avvallamenti fertilizzati dai cicli vegetativi degli alberi, sono stati ultimamente colonizzati dai bucaneve.
Puntualmente ogni anno, nella seconda metà di febbraio, migliaia di candide campanule orlare di verde, coprono tratti interi di quelle sponde abbandonate, annunciando in anticipo l’arrivo della primavera. Un sincronismo che produce uno spettacolo floreale ormai raro a vedersi e che rende incantevole questo lembo selvaggio della Riserva Regionale dell’Isola Uccellanda.
L’aria è ancora fredda e, poco più in là , l’Oglio, arricchito dalle acque del disgelo, è più rumoroso del solito. Peccato che le campanule reclinate sullo stelo ed agitate dalle brezze di scirocco non producano suoni. Altrimenti si assisterebbe alla più dolce e grandiosa sinfonia della natura.
Paolo Zanoni - fotografie di Luciano Zanoni
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21 Febbraio 2007
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Il grande nocciolo che in estate adombra la santella dell’Immacolata Concezione sulla sommità dell’erta di Villagana, esibisce già a guisa di civettuoli pendagli i suoi fiori verde pastello. L’inverno, se mai si è visto, sembra ormai passato.

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