1977: l'ultimo lavoro di Riccardo Maffoni

Il 2 giugno è una data importante: si celebra la nascita della Repubblica italiana grazie ad un referendum in cui per la prima volta votarono anche le donne. Era il 1946. 35 anni dopo, il 2 giugno del 1981, moriva tragicamente in un incidente d’auto in via Nomentana a Roma, il cantautore Rino Gaetano, interprete senza pari della storia italiana del suo tempo.
Anche il 1977 fu un anno importante per diversi motivi: il 1 febbraio la Rai iniziò a trasmettere le prime trasmissioni a colori, decisamente in ritardo rispetto agli altri paesi europei. Erano gli anni di piombo ed il 2 giugno di quell’anno fu gambizzato il giornalista Indro Montanelli.
1977 è anche il titolo del nuovo EP di Riccardo Maffoni, nato proprio il 2 giugno di quell’anno. L’EP è disponibile esclusivamente in download su etichetta EVE (Evento Musica srl) ed è composto da 5 cover riarrangiate di pezzi che hanno fatto la storia del rock (Beast of Burden, Brown Eyed Girl, State Trooper, A Change is gonna come, You gotta move) e da un inedito in inglese scritto e arrangiato dal nostro cantautore (You’re so good to me).
Il titolo si riferisce all’anno di nascita di Riccardo, anche se l’atmosfera in cui ci proietta è un po’ più retrò: anni ’60. Il ritmo è decisamente rock’ n blues: dal primo ascolto si è catapultati in un’atmosfera notturna, da bar americano con musica dal vivo. Del resto nelle esibizioni live Riccardo ha dato sempre il meglio di sé, trascinando il pubblico con la sua inesauribile energia.
Beast Of Burden, scritta da Jagger e Richards, uno dei pezzi più belli degli Stones, è più lenta e soul rispetto all’originale. Grazie alla strumentazione scarna (un piano, una chitarra acustica e una elettrica)protagonista è la doppia voce che canta il ritornello: viene addirittura il dubbio che Mick Jagger sia passato da queste parti e abbia preso parte alla registrazione.
Brown Eyed Girl è un pezzo di Van Morrison che Riccardo ha suonato spesso nei suoi live, essendo uno dei suoi preferiti. Un brano molto allegro, anche questo un po’ più lento rispetto all’originale, per renderlo più consono al sentire di Riccardo, che nel 2004 ha avuto l’onore di aprire i concerti dell’irlandese dal carattere scontroso al Teatro Smeraldo a Milano e all’Auditorium della Musica di Roma. Nell’intro si sente il rumore delle onde del mare: “Ho arrangiato il pezzo pensando a Key West, l'isoletta a sud della Florida, a 90 miglia da Cuba. E' un posto che ho visitato ed è veramente fuori dagli schemi, fuori dal mondo, e questa canzone mi porta là. All'inizio del pezzo abbiamo messo anche il suono delle onde in riva al mare, per ricreare questa atmosfera. L'organetto che ho suonato è molto anni '60, qualcosa a metà tra The house of the rising sun degli Animals e Surf in the USA dei Beach Boys”.
State Trooper è uno dei pezzi più notturni di Springsteen. Conoscendo Riccardo devo dire che è un brano che gli calza a pennello, dato che ama molto viaggiare la notte senza una meta precisa. L’arrangiamento proposto esalta ed enfatizza l’atmosfera di inquietudine del testo e chi la ascolta non può che rimanere ammaliato dai continui passaggi da un’ottava all’altra. Non poteva mancare una canzone di Springsteen in un’EP che è un omaggio alla musica che ha influenzato e formato Riccardo. Ha iniziato ad ascoltare Bruce ancor prima che a camminare.
A Change is gonna come del re del soul Sam Cook, canzone intensa, motto degli afroamericani nella loro lotta per la libertà, è un inno di speranza, affinché arrivi un cambiamento in meglio. L’interpretazione che ne dà Riccardo è da pelle d’oca: la sua voce si fa bassa e profonda in grado di penetrare sotto pelle come quella di un Tom Waits.
You gotta move di Fred Mc Dowell è a mio avviso il pezzo meglio riuscito dell’EP. In questo brano la musica diventa una sorta di pellicola sovraimpressa di immagini. Più che sentirla, la si può vedere. Si immaginano le sirene spiegate della polizia che si sentono nell’intro, qualcuno che attacca bruscamente la cornetta del telefono e poi si materializza un coro di persone col dito puntato verso qualcuno che se ne sta immobile e lo incita a muoversi.
Chiude l’EP l’inedito You’re so good to me: primo brano inciso in inglese. Il pezzo è molto bene arrangiato e non sfigura affatto accanto alle cover dei mostri sacri della musica americana.
Per la prima volta Riccardo ha curato per intero la produzione del suo lavoro, senza dubbio il migliore da quando incide. Ha suonato tutte le chitarre, i pianoforti, gli organi e le percussioni. Ed è sua la voce, il suo strumento più versatile: quella voce che, prendendo a prestito una definizione del nostro amico Roberto, è una sorta di treno pronto a deragliare e a travolgere tutto quello che c’è sul suo tragitto. La strumentazione scarna rende questo EP ruvido e malinconico. Ma del resto ciò che dà il nome alla musica blues è proprio la nota blu, la nota del dolore pronto però a trasformarsi in speranza. Blu come gli occhi di Riccardo, quegli occhi in grado di sognare e che sembrano dire “follow that dream”.
Buon compleanno Riccardo!
E buona festa della Repubblica a tutti!

