Ma torniamo al 1991, anno di svolta della musica rock; nel giro di 12 mesi, uscirono alcuni dei capolavori che influenzeranno gli anni a venire, trascinando la propria importanza sino ai giorni nostri. Una ulteriore necessaria premessa da fare: nel corso degli anni precedenti l’idea di “rock” si era frammentata, passando attraverso il tritacarne di mille influssi delle scene dark, wave, rap, dance e electro. Tutto ciò che era stato sino ad allora dominato del sacro triangolo chitarra/basso/batteria, venne “imbastardito” dai marchingegni elettronici (sintetizzatori, drum machines, campionatori), e dalla vivacità della club culture (inglese, ma non solo), frantumando i confini di due mondi che sino ad allora si erano mantenuti ben distanti.
Ma, come vedremo, i capolavori che videro la luce agli albori degli anni ’90 toccarono tutti i generi e sottogeneri musicali. Partiamo dai nomi più celebri: nel 1991 gli U2 diedero alle stampe “Achtung Baby”, i Rem “Out of time”, i Nirvana “Nevermind”. Gli irlandesi avevano già raccolto negli anni ’80 i frutti di album di grandissimo livello (Boy, The Unforgettable Fire, War, The Joshua Tree ecc..), divenendo star internazionali, celebrati con una grande tournèe mondiale che trovò il suo apice in alcuni storici concerti negli Usa. Con questo background, dopo la sbornia americana focalizzata nell’album “Rattle and hum”, gli U2 decisero di tornare all’Europa, immergendosi in nuove sonorità che, tuttavia, riecheggiavano certi stilemi classici delle musiche del vecchio continente. Aiutati da tre produttori di grido quali Flood, Daniel Lanois, e Brian Eno, uscirono dallo studio con un disco di rock classico frammisto a nervature elettroniche, denso di ballate evocative tra le quali spiccava il singolo “One”, che diverrà un tormentone, ma anche uno dei brani più celebri dei nostri (anni dopo verrà coverizzato anche da Jhonny Cash).
Molto simile il percorso dei REM, da Athens; anche loro condensarono in meno di un decennio 4-5 capolavori di college rock, ricco di sfumature sixties; a differenza degli U2, però, all’alba dei ’90, non erano ancora delle celebrità internazionali. Cii penserà “Out of time” a farli salire in cima a tutte le classifiche, grazie al traino di un brano che diverrà un inno trans-generazionale, programmato in heavy rotation da tutte le radio del globo: Losing my religion.
Anche per i Nirvana, che avevano una storia, sino ad allora, completamente underground, trovarono il successo planetario grazie ad un singolo che ben presto divenne la pietra angolare del rock a venire; “Smells like teen spirit” accompagnato dal celebre video che passò centinaia di volte sugli schermi di Mtv, agganciò i sentimenti della “gioventù sonica” che dall’adolescenza passava direttamente alla disillusione di un mondo troppo cinico per essere ospitale. Il disco, titolato “Nevermind”, seppur smussato nel processo di produzione da Butch Vig, sarà l’opera che battezzerà un nuovo genere musicale, il “grunge” che, avendo come base la città di Seattle, invaderà il resto del mondo, creando un vero e proprio movimento musicale, stilistico, culturale che caratterizzerà tutti gli anni ’90.
Altro gruppo fondamentale di quella scena furono i Pearl Jam, che esordirono proprio nel 1991 con “Ten”. Guidati dal cantante e compositore Eddie Vedder, titolare di una vocalità potente ma mai “muscolare”, il gruppo sarà la realtà più longeva di quel mondo che vide tra i propri protagonisti anche Alice in Chains, Screeming Trees, Stone temple pilots, Soundgarden.
Proprio questi ultimi pubblicarono nello stesso anno il loro “Badmotorfinger”, nel quale il suono più ruvido della Seattle di quegli anni troverà sfogo. Infatti, se i Nirvana avevano influenze pop e noisy, i Pearl jam guardavano comunque al classicismo americano a la Neil Young, i Soundgarden affondavano i propri incubi nella prepotenza del metal virato thrash, e nelle distorsioni del punk più cupo e violento filtrato dall’hard rock spinto.
Ma in quegli anni, come anticipato dalla premessa, il rock si fondeva con tutto, non esistevano steccati, il linguaggio era divenuto realmente universalmente compreso, e quindi era facile che le influenze più disparate entrassero a farne parte. In Inghilterra, in particolare, nascerà un nuovo fenomeno musicale che i giornalisti pensarono bene di etichettare con il nome di Trip-hop: ovvero una combinazione di basi hip-hop al rallentatore e soul oscuro che faceva vivere veri e propri “viaggi” interiori. I capostipiti di questo nuovo genere, che troverà base principale a Bristol, furono i Massive Attack, che per primi gettarono i semi e le coordinate di una musica estremamente sensuale quanto inquieta. Il loro debutto “Blue Lines” costituì una vera e propria scossa in grado di mostrare la “dark side” dell’electro, rallentandola con gli stilemi del reggae e del dub. Altri protagonisti dello stesso ambito furono Tricky (un fuoriuscito dei Massive Attack) e i Portished, entrambi autori di capolavori che rimarranno nella storia della musica rock impropriamente detta. Rimanendo in Inghilterra son da segnalare almeno altri due dischi imprescindibili per la storia della musica pop: “Screamadelica” dei Primal Scream e “Loveless” dei My Bloody Valentine.
Il primo fu il vero e proprio trait d’union fra la scena rock e quella dance: in esso, prodotto e remixato da celebri dj’s da dancefloor, si trovano tutti i sapori della psichedelica declinata rock ma con il battito danzereccio della Manchester divenuta “Madchester”, città in cui oltre a idee innovative correvano anche tutti i tipi di droga. La musica house (sul finire del suo periodo migliore), i rave, il r’n’r e la psichedelica trovarono un contenitore che tutti i giornalisti dell’epoca celebrarono come il disco del decennio (si ma quale gli ‘80 o i ‘90?). Oggi forse un po’ sorpassato, fu certamente prodromo di nuovi linguaggi che da lì a poco avrebbero caratterizzato la musica rock. I My Bloody Valentine crearono un mostro costato quasi mezzo miliardo di vecchie lire, che per poco non mandò in fallimento la Creation, l’etichetta discografica che stampò il disco. Le lungaggini produttive dovute alle maniacali esigenze estetico/artistiche del leader Kevin Shields, comportarono parecchi nervosismi nel gruppo e tensioni con Alan McGee, capo della Creation, ma alla fine furono ripagate: non in termini monetari (l’album non vendette granchè), ma in senso generale: “Loveless” è citato in tutte le classifiche di fine anno, ma anche nei primi dieci album fondamentali degli anni 90. Onirico, dilatato, affondato in distorsioni fluttuanti, l’album sarà sempre nei cuori dei cultori di certa musica senza confini.
Per chiudere la rapida carrellata, che meriterebbe spazi di approfondimento maggiori, degli album fondamentali usciti in quell’anno magico, citiamo altri tre capolavori, tutti americani:
L’omonimo dei Metallica (conosciuto anche come Black album), che sdoganerà il metal, facendolo diventare suono accessibile anche all’ascoltatore medio, “Blood, sugar, sex, magik” dei Red hot Chilli Peppers che costituirà uno dei dischi fondamentali del cosiddetto crossover (in esso si trovano rock, funk, hard rock, rap), e in chiusura “Spiderland” delgi Slint opera iniziatrice del filone post-rock che furoreggerà per tutti gli anni ’90.
Insomma da vent’anni non si ricorda un anno così prolifico come il 1991, un anno in cui il rock scavalcò se stesso, tracimando linguaggi, stili, regole, e facendosi arcobaleno di suoni.