This.Incantata

Lunedì 21 giugno sono iniziati gli esami di maturità. Come ogni anno ero curiosa di sapere quale autore sarebbe stato scelto per la tipologia A, ossia l'analisi del testo, della prima prova scritta. La scelta è ricaduta su Primo Levi, a mio avviso uno degli scrittori più intensi del '900 italiano. Il brano scelto era uno stralcio della prefazione a La ricerca delle radici, un'antologia personale di letture richiestagli nel 1981 da Giulio Bollati per l'editore Einaudi. Primo Levi tiene fede all'impegno, vivendolo come un esperimento, data la natura ibrida dei suoi input letterari. Ci tiene a precisare che la lettura è stata per lui, come per tutta la sua famiglia, un "vizio innocente e tradizionale", un passatempo gratificante. Puntualizza in più punti che non si è mai dato un ordine per le proprie letture, che appare piuttosto dettato dal caso. È lui in primis ad avere delle riserve quando ammette di avere letto parecchio, ma di non credere di potere essere inscritto nelle cose che ha letto, quanto piuttosto negli esperimenti condotti grazie al suo mestiere di chimico.

 Mi chiedo dunque con quale diritto in un articolo del 22 giugno sul Corriere della sera, Giorgio de Rienzo scrive: "...val la pena di segnalare la pochezza delle letture tradizionali (di Levi). C’è Omero, solo fra i greci, Lucrezio unico dei latini. Poi Marco Polo e si salta a Parini. L’Ottocento è tutto risolto in Porta e Belli, il Novecento in D’Arrigo e Rigoni Stern. Inutile tentare un’analisi delle preferenze, inutile giocare d’immaginazione per superare l’imbarazzo dato dall’antologia per la propria assoluta casualità. Un’osservazione è d’obbligo: c’è un’esigua biblioteca alle spalle di Levi, una pigrizia culturale che pare ostentata, forse per provocazione, contro la nostra letteratura troppo cartacea".

 Come se l'intelligenza di una persona fosse data dal tipo e dalla quantità delle letture fatte. Io credo piuttosto che ciò che rende feconda una lettura è piuttosto la capacità di interiozzarla e trarne insegnamenti validi per la propria esperienza. Non conta ciò che si è letto, ma come lo si è letto. Tra l'altro non capisco come De Rienzo possa parlare di una provocazione "contro la nostra letteratura troppo cartacea", quando Levi afferma chiaramente: "ho letto anch’io confusamente, senza metodo, secondo il costume di casa, e devo averne ricavato una certa (eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità della carta stampata, e, come sottoprodotto, un certo orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono inconsapevolmente preparato a scrivere, così come il feto di otto mesi sta nell’acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto. Mi sembra onesto dirlo chiaramente, in queste «istruzioni per l’uso» della presente antologia."

Personalmente non posso che apprezzare l'umiltà e l'onestà intellettuale che riscontro ogni volta che leggo qualcosa dello scrittore torinese sopravvissuto alla terrificante esperienza di Auschwitz. Leggendo I sommersi e i salvati, un saggio del 1986 indispensabile per la comprensione del 1900 e per la ricostruzione di un'antropologia dell'uomo contemporaneo, ho scoperto in Levi, oltre che un testimone esemplare di uno degli avvenimenti più strazianti della storia europea, anche un inimitabile modello di scrittura, di analisi antropologica e di riflessione etica. Levi ha una scrittura sobria e precisa, ogni parola è densa di significato e non è mai superflua. Riprendendo due termini dell' alchimia, che sono anche il titolo di due poesie del poeta ebreo rumeno tedesco Paul Celan, anch'egli sopravvissuto alle torture naziste e morto suicida, solve e coagula, mi permetto di paragonare l'operazione di Levi ad un esperimento chimico. Egli dissolve come in un alambicco i ricordi della propria esperienza e li coagula di nuovo in una scrittura che riesce ad elevarli allo statuto di una testimonianza imprescindibile di un periodo storico che avrebbe dovuto essere cancellato dalla memoria, come avrebbero voluto gli stessi nazisti. Ecco forse perché Levi riconduce la propria scrittura più al proprio mestiere di chimico che non alle letture fatte.

Levi è un modello da prendere ad esempio. Ed è davvero un peccato che la maggior parte degli studenti delle classi quinte non siano riusciti a trattarlo. Effettivamente solo il 4,7 % dei maturandi ha scelto l'analisi di questo testo. Nemmeno io l'ho studiato al liceo. L'ho scoperto tardi, grazie ai corsi universitari del Professor Marco Belpoliti, uno dei più grandi conoscitori della sua opera. E di questo gli sarò sempre grata.