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Sabato 11 Settembre 2010 17:08

Pontoglio e Adro, razzismo a go go

Scritto da  Pietro Gorlani
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A Pontoglio il parroco ha imposto l'obbligo di parlare l'italiano all'oratorio. Le vetrate della scuola materna di Adro vengono decorate con la stella delle alpi, simbolo leghista e l'istituto sarà dedicato a Gianfranco Miglio, "noto" pedagogo ed esempio di fratellanza per i bambini bresciani e il 30% di stranieri che arrivano da ogni parte del mondo per cercare una vita migliore all'inferno delle loro terre (sto logicamente usando la figura retorica dell'ironia). Quello che sta succedendo nella nostra provincia ha dell'incredibile. Il tutto nel silenzio assordante delle istituzioni, del vescovo, della chiesa, dei politici. Già Brescia è famosa per l'operazione happy Cristmas di Coccaglio (caccia di notte al clandestino nelle abitazioni), per il rifiuto di dare la mensa ai morosi (molti stranieri) di Adro e l'obbligo di parlare italiano nel circolo culturale marocchino di Trenzano (provvedimento bocciato dal Tar). Avanti così. Se questa è la strada per una buona integrazione, vedremo scontri tipo banlieu francesi di qualche anno fa, con gli immigrati inferociti a forza di essere trattati come merde. Sì, perchè è ora di finirla di dire che l'immigrato prende case dell'Aler, spaccia, stupra e puzza perchè vivono in 10 in una casa. Vergona. Vivo a Longhena, due famiglie in una cascina dove fino a 40 anni fa ce ne stavano 12 di famiglie (60 in tutto dieci per stanza): si scaldavano con i tutuli delle pannocchie e mangiavano polenta con polenta giorno sì e giorno sì. Ma non abbiamo un briciolo di memoria, di comprensione, di pietas cristiana (per chi è cattolico?). Io ne conosco diversi di stranieri che lavorano da noi: indiani, marocchini, senegalesi. Non ne conosco uno che spaccia. Conosco chi è pagato in nero per raccogliere radici o altri ortaggi nei nostri campi, conosco chi lavora negli altri forni, chi pulisce cessi.

Per la follia del sindaco di Adro speriamo che qualche istituzione intervenga. Per l'anticristianità dimostrata dai due preti di Pontoglio, ci attenderemmo come minimo una loro sospensione. Per altre considerazioni rimando alla splendida analisi fatta sul suo blog dal giornalista Marco Toresini.

 

ECCOLA
L'italiano all'oratorio: la torre di Babele e lo Spirtito Santo
Le cronache ci informano "All'oratorio scatta il divieto di parlare le lingue straniere". Siamo a Pontoglio in provincia di Brescia e la decisione è maturata tra il parroco don Angelo Mosca e il curato dell'oratorio don Massimo Regazzoli. "Noi crediamo - dicono - che per integrarsi  bisogna anzitutto rispettare regole e consuetudini del Paese ospitante, a partire dalla lingua, oltre alla buona educazione. Secondo i dettami cristiani del Vangelo, noi all'Oratorio accogliamo tutti, indipendentemente dal colore della pelle e dalla religione. Ma non possiamo più tollerare i gruppetti di stranieri che parlano ognuno il proprio idioma, incomprensibile per gli italiani e per le altre etnie. L'episodio biblico della torre di Babele viene alla mente".
Chi non accetta le regole, dunque, è fuori perchè l'italiano deve essere il ponte che unisce attorno all'idea di oratorio. Ho letto l'articolo e ho sorriso pensando all'ex parroco di questo paese dell'Ovest bresciano, don Angelo Chiappa, vulcanico prete bresciano, ormai 70enne, che aveva salutato i suoi parrocchiani un paio di anni fa per motivi di salute (oggi si dedica alla pastorale dei migranti) con un messaggio polemico nei confronti dell'amministrazione civile che aveva escluso gli stranieri dai bonus bebè. Leggo e penso al lavoro prezioso di tanti preti che erano migrati in Svizzera e in Germania con i loro fedeli facendo della lingua delle origini il prezioso elemento in cui veniva custodita un'identità, una fede, un orgoglio.
Leggo e rimango perplesso dal divieto che assomiglia molto all'obbligo, inventato in un comune non molto distante dal Pontoglio, Trenzano, e cassato dalla magistratura, in cui si imponeva alle associazioni di utilizzare la lingua italiana nelle loro riunioni. Leggo e penso che l'italiano è per antonomasia la lingua dell'integrazione, la lingua che mette in comunicazione tutti, il passo necessario per il dialogo (tanto che anche nelle moschee si parla italiano per far comunicare il Musulmano del magreb con il pachistano o il senegalese), imporlo con bolla papale, vietando, di conseguenza, l'uso lingua madre ha il senso della costrizione inutile, del rifiuto, ha il senso dell'integrazione imposta, più che facilitata, del divieto acefalo che non fa onore ad una comunità educante come quella di un oratorio.
A Pontoglio hanno evocato l'episodio biblico della Torre di Babele dove Dio confuse le lingue degli uomini (credo secondo l'interpretazione che vuole in quel gesto la punizione contro la superbia umana di voler costruire una torre talmente alta da toccare il cielo, e non secondo l'accezione che le lingue furono confuse per spingere gli uomini a popolare la Terra e ad arricchirla) quasi a giustificare l'imposizione di un unico idioma all'Oratorio. Sarebbe stato più naturale però aspettarsi che i sacerdoti evocasero invece della Torre di Babele lo Spirito santo, che, sceso sugli Apostoli, diede loro (Atti 2, 1-11)  la facoltà di farsi comprendere da tutte le lingue del mondo.
Ma forse in questo oratorio bresciano, scusate la battuta, ad uno Spirito Santo così potrebbero anche chiedere il permesso di soggiorno.

 

Ultima modifica Sabato 11 Settembre 2010 17:14

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