Ma crisi ha un significato, un significato molto concreto e tangibile. E tutti lo stiamo comprendendo sulla nostra pelle. Crisi significa difficoltà, arretramento, mancanza di risorse, aumento delle povertà, riduzione delle garanzie sociali e dei sistemi solidali, tagli al finanziamento delle scuole e del sistema sanitario.
Tutto questo è il significato della parolina maledetta: crisi.
E questa parola ha conseguenze. Sono conseguenze non uguali per tutti: c’è chi vede ridursi lo spazio per il superfluo, chi vede rendersi necessario difendere l’essenziale, ma c’è anche chi ( e sono sempre di più le famiglie in questa condizione ) si vede scivolare sotto quella soglia definita “ della povertà “ sopra la quale, magari a fatica, riusciva a resistere.
Perché crisi, per tanti, significa perdere il lavoro, perdere l’unica fonte di reddito che sosteneva la famiglia. Per tanti significa dovere dire sempre dei no, non posso, soprattutto ai figli. Per tanti significa doversi umiliare per tirare avanti, dovere chiedere aiuto ai parenti o agli amici.
Per tanti, troppi, crisi significa disperazione. E per qualcuno questa disperazione, questa incapacità di tirare avanti, questa impossibilità di sperare in un miglioramento diventa resa, diventa morte. Morte sociale si, ma, purtroppo, anche morte fisica.
Ne abbiamo tragicamente avuto un esempio anche qui ad Orzinuovi, ma se ci guardiamo intorno ( e se qualcuno avesse il coraggio di fare una statistica ce lo confermerebbe ), noteremmo che nelle prime pagine dei TG e dei quotidiani troppo spesso compaiono notizie di omicidi-suicidi legati all’impossibilità di “tirare avanti”: il padre col figlio disabile, la figlia con la mamma invalida, i due anziani pensionati dimenticati da tutti…
Naturalmente le inchieste giornalistiche si fanno sul numero di amanti di quell’attrice o sugli italiani che ancora possono permettersi di andare in vacanza.
Ma sul perché di tanta disperazione no. Non sta bene, dobbiamo trasmettere ottimismo.
E così ognuno si chiude nel suo piccolo bunker, cerca di sfangarla come può sperando in tempi migliori, finché non si rende conto che non ce la fa più, che non ce la può più fare, ma allora è tardi…
E, quella parola, significa anche qualcosa di ancora peggiore, soprattutto per le giovani generazioni.
Per loro significa furto del futuro, annullamento del sogno, impossibilità di vivere, fine tragica della speranza nel domani. Ovviamente, a meno che siano velina o giocatore di calcio, oppure che possano conoscere qualche ruffiano dei potenti, che a qualsiasi prezzo li introduca.
Visto quanti significati ha una parolina banale.
Ma non è per niente banale. Rischia di diventarlo, se non la comprendiamo.
Sentiamo troppi che la dicono con una superficialità eccessiva. E sono quelli che ne dovrebbero comprendere più a fondo il significato. Quelli che avrebbero gli strumenti per combatterla, o dovrebbero saperli trovare. Quelli che ci devono parole di verità, ma che ci nascondono la verità per non perdere il “consenso”. Quelli che, mentre il Paese affonda, continuano a fare affari nel loro sottobosco e poi fanno dichiarazioni in cui con leggerezza ci prospettano rimedi pesantissimi per fare fronte alla “crisi”.
Credo che chiunque, in questo momento, abbia responsabilità di Governo, da Roma ai più piccoli Comuni d’Italia, debba sentire quotidianamente il peso della responsabilità nei confronti dei governati. Credo che si possa tornare a dare dignità alla Politica ( strumento essenziale e ineludibile del governo della convivenza civile) solo se ci si rende conto, a tutti i livelli, di avere sulle spalle un peso maggiore degli altri “normali cittadini”, proprio perché, da loro, si è stati delegati a Governare ed a fare scelte nell’interesse del bene comune. E credo che non si possano liquidare le disperazioni quotidiane di tanti, come fossero cosa normale, ma che le si debba vivere con l’impegno di chiedersi continuamente : cosa posso fare per alleviare questa disperazione?
E non deve essere la ricerca del consenso ciò che spinge alle scelte ma il bene comune ed il bene comune si misura sulla capacità di dare un filo di speranza anche agli ultimi. Il bene comune è raggiunto quando nessuno è costretto ad umiliarsi “per tirare avanti”. Il bene comune è scegliere in nome degli ultimi.
Ed allora, coraggio, se Tremonti fa i “tagli longitudinali”, che le nostre Comunità (oltre a fargli un pernacchione, e non mandargliele a dire) abbiano il coraggio di fare tagli mirati: meglio una buca in più e un disperato in meno, meglio una mostra in meno e più soldi per la mensa scolastica.
E se la Regione ci taglia la sanità, noi battiamoci con le nostre intere comunità per difendere i sevizi e cerchiamo risorse extra ( magari tramite donazioni e/o sponsorizzazioni di chi le può ancora fare ) per potenziarli.
E monitoriamo costantemente le situazioni delle famiglie a rischio cercando di risolverle.
E riscopriamo il senso solidaristico della cooperazione, di “quell’unione che fa la forza “ che i nostri nonni ed i nostri padri hanno saputo inventare per migliorare la loro e la nostra vita.
Non rassegniamoci, qui sì vale la pena di rischiare! Ed anche se sappiamo che non potremo fare tutto, e che magari potremo fare poco, quel poco facciamolo.
Ecco, sono convinto che se chi ci rappresenta saprà recuperare questa sensibilità annacquata dai tatticismi quotidiani e saprà ricordare che fare Politica significa in primo luogo questo, allora la speranza per una rifondazione della Politica avrà gambe forti, e con essa la nostra speranza nel futuro.