Per iniziare ci può dare alcuni dati sul gruppo AB?
Il gruppo AB è composto da 11 società ed ha cinque filiali commerciali estere che sono ubicate in Spagna, Polonia, Romania, Serbia e Croazia. Il gruppo occupa più di 400 dipendenti e nel 2011 ha venduto 232 impianti in tutta Europa, cioè 133 impianti in più rispetto all’anno precedente, inoltre ha realizzato 251 commesse rispetto alle 157 del 2010. In totale abbiamo 180 milioni di euro di venduto contro i 109 milioni dell’anno prima. Attualmente le vendite all’estero rappresentano il 40% del fatturato del gruppo.
Sono numeri impressionanti. Qual è il segreto di una crescita così forte nel bel mezzo di una forte crisi economica?
Non ci sono segreti. La AB opera nel settore dell’efficienza energetica ed in questo campo ci sono ancora ampi margini di miglioramento tecnologico. Le turbine che si costruivano agli inizi del ‘900 avevano un’efficienza del 3 – 4 % e per quell’epoca era un traguardo prodigioso. Adesso le turbine sono giunte al 40 – 45%. Con i nostri impianti, grazie al recupero del calore, arriviamo ad ottenere un’efficienza che sfiora il 75%. Noi siamo un’azienda italiana, che ha tutti i suoi stabilimenti nel bresciano e quindi produce in Italia. Produciamo energia elettrica mediante macchinari che utilizzano sia motori endotermici, per potenze che vanno da 64 kilowatt fino a 5.000 kilowatt, sia turbine a gas per potenze che arrivano fino a 10.000, 15.000 kilowatt. I nostri partner sono la Jenbacher, che ci fornisce i motori e la General Electric che ci fornisce le turbine. Uno dei nostri segreti è che siamo abbiamo iniziato ad operare da tempo nel settore. Il nostro primo impianto di cogenerazione risale al 1992, il primo a biogas al 1994.
E gli altri…
Operando da tempo nel settore abbiamo avuto modo di studiare a fondo le problematiche delle aziende, le loro richieste, ed abbiamo messo a punto una serie di risposte convincenti e di alta qualità. Il gruppo AB non produce un unico modello di impianto standardizzato che vende a tutte le ditte. Quando un cliente ci contatta, i nostri ingegneri studiano quali sono le richieste della ditta e progettano un impianto che permette di ricercare la soluzione più adatta per quella specifica azienda.
E come riuscite a garantire l’alta qualità?
La nostra ditta controlla l’intero processo di produzione. In fabbrica entrano le lamiere ed escono i container con i macchinari. Inoltre cerchiamo sempre di migliorare la nostra produzione studiando soluzioni nuove. Per fare questo puntiamo molto sulla creazione di forti competenze interne al gruppo. Aggiungo anche che, una volta che abbiamo costruito, installato ed avviato l’impianto, offriamo anche un servizio operativo di assistenza, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, su tutti gli impianti installati.
Con quali ditte vi trovate a competere?
La tecnologia dell’efficienza energetica è nata in Europa. Cina e Brasile hanno il problema di avere energia, di procurarsi energia; la Russia non si pone problemi di efficienza energetica perché ha immensi giacimenti di risorse naturali sul proprio territorio. I nostri principali competitori sono i tedeschi. Loro hanno cominciato a lavorare in questo settore più di trenta anni fa. I tedeschi sono competitori forti, ma se si offrono prodotti di qualità, di valore, i clienti ti cercano.
È difficile operare all’estero?
Il nostro gruppo ha aperto la prima sede commerciale all’estero sei anni fa in Spagna. All’inizio bisogna investire soldi, soprattutto per la formazione del personale. Perché le cose funzionino bene ci vogliono persone competenti, motivate, serie. Io ci tengo al fatto che il personale assunto all’estero conosca bene la ditta in cui opera e per questo motivo lo faccio venire a lavorare qui in Italia sia per vedere direttamente come nascono i nostri prodotti, sia per imparare bene l’italiano. Poi bisogna farsi conoscere, cercare clienti. Io stesso passo una o due settimane al mese in giro per l’Europa.
Ma con le lingue?
La lingua più utilizzata è l’inglese, specialmente quando si affronta la parte tecnica degli impianti. Qui in ditta ci sono almeno un centinaio di persone che parlano bene l’inglese. Io capisco bene l’inglese, ma faccio un po’ più fatica a parlarlo. Alle superiori ho studiato il francese perché non c’era l’inglese. Cerco di studiare inglese adesso nei ritagli di tempo che ho… solo che ho proprio poco tempo.
Ci sono istituzioni che possono aiutarvi, come ambasciate o istituti per il commercio estero?
Dipende molto da paese a paese. A volte abbiamo trovato degli ambasciatori disponibili e dei funzionari che si sono mossi molto bene per promuovere le industrie italiane, per fare rete, per far conoscere le aziende italiane. Altre volte invece niente.
L’euro è servito?
L’euro è stato fondamentale. Non scordiamo che è stata la Germania a volere la creazione dell’euro e la Germania è notoriamente un paese esportatore. Se non ci fosse stato l’euro avremmo avuto molte più difficoltà ad andare all’estero a lavorare. Ma se è fondamentale avere una moneta unica, altrettanto importante è avere banche italiane che operano all’estero. Quando io vendo un impianto all’estero ho bisogno di garanzie e fideiussioni ed avere una banca italiana semplifica molto le cose tra noi ed il cliente. Le banche sono come dei ponti tra noi ed i clienti locali di quel paese. Non solo. Le banche possono anche fungere da volano per l’economia italiana. I miei clienti stranieri mi chiedono di servirsi di fornitori italiani perché le banche italiane, sapendo che sono fornitori italiani, finanziano i progetti di questi clienti con più facilità. Se quindi apprezziamo il ruolo delle banche, assai meno apprezziamo quello della politica: non abbiamo visto nessun tipo di strategia per la promozione delle aziende italiane all’estero.
Lavorando per l’Europa trovate dei pregiudizi nei confronti degli italiani?
Per quello che posso dire io l’unico popolo che ci tratta dal basso verso l’alto è quello tedesco. I tedeschi non ci vedono come un popolo virtuoso, capace di una visione di paese. Forse dicono così di noi perché ci temono. Anche con tutti i nostri limiti e problemi, siamo la seconda economia manifatturiera d’Europa. Dei francesi non posso dire nulla perché non ho elementi. In generale però gli italiani sono visti bene perché noi ci proponiamo con molto rispetto per gli altri, perché vogliamo costruire qualcosa con loro e non imporre le nostre idee agli altri. L’Italia è poi considerata un paese stupendo, per il clima favorevole, per la quantità di bellezze naturali ed artistiche che possiede, per la bontà della sua cucina. Mi è capitato più volte di essere all’estero e di notare gente che osservava ed ascoltava me ed i miei collaboratori che parlavamo: ci dicevano che la nostra lingua ha una musicalità incredibile. Forse noi italiani non abbiamo pienamente coscienza di quanto valga l’Italia.
Come fate quando vendete un impianto all’estero?
Tutto ciò che ha alto valore aggiunto come tutta la tecnologia, le macchine, l’automazione, il software, parte dall’Italia. Tutto ciò che ha basso valore aggiunto lo acquistiamo sul posto. L’impianto viene installato dalle nostre squadre con l’aiuto di lavoratori locali.
È vero che all’estero c’è meno burocrazia che in Italia?
A me non sembra. All’estero c’è di peggio. Il processo autorizzativo dell’installazione di un impianto come il nostro è complesso e vede l’intervento di numerosi enti: all’estero alcuni magari sono più veloci ma altri sono più lenti. Il sistema delle conferenze di servizio utilizzato in Italia mi sembra una buona pratica: si fanno sedere ad uno stesso tavolo tutti gli enti interessati si stabilisce un calendario dei lavori e si procede. In Italia per ottenere un’autorizzazione impieghiamo dai 3 ai 6 mesi, ma date le caratteristiche dei nostri impianti li ritengo tempi adeguati.
Quali sono allora i problemi del sistema Italia?
I problemi dell’Italia sono strutturali. Noi non dobbiamo aver paura a comprare dalla Cina ma dobbiamo essere in grado anche di vendere in Cina. Quindi importare ed esportare in tutto il mondo, non solo in alcuni paesi. Per fare questo dobbiamo avere aziende forti, che abbiano certe dimensioni altrimenti non possono reggere. Come AB abbiamo aperto cinque filiali commerciali in Europa ma per farlo abbiamo dovuto aspettare d avere una sufficiente forza economica per sostenere questo passo. Negli anni Sessanta del secolo scorso l’industria italiana era leader in molti settori, negli anni Settanta e Ottanta le nostre grandi aziende hanno incominciato a soccombere… colpa della politica, colpa degli imprenditori, colpa dei sindacati… non si è capito che non si poteva vivere sugli allori, si è diffusa l’idea che si potesse stare bene lavorando poco, si sono fatti investimenti e si sono sperperate risorse in un modo folle… sarebbe un elenco troppo lungo. È necessario ricompattare un paese intero, ricreare la voglia di fare che avevamo nel dopoguerra, ricreare un patto tra le diverse generazioni di italiani, rimettere al centro del paese il lavoro, la fatica, lo studio, per lavorare di più e guadagnare di più: il benessere ce lo dobbiamo creare con le nostre mani. Di soldi in Italia ce ne sono, ma vanno usati bene: un capannone vuoto non è un investimento ma uno spreco incredibile, porta via risorse che potrebbero essere impiegate proficuamente in un altro investimento. Il nostro futuro dipenderà solo da ciò che sapremo fare noi.
Ma torniamo a Villachiara. Quali prospettive ci sono per lo stabilimento che ha sede nel nostro paese?
In questi ultimi anni abbiamo investito nel gruppo oltre 30 milioni di euro. A Orzinuovi abbiamo costruito uno stabilimento di 14.000 metri quadrati. Ora abbiamo in programma importanti investimenti per lo stabilimento di Villachiara. In primavera inizieremo ad installare una linea di produzione robotizzata fornita da un magazzino anche’esso robotizzato per la produzione di tutti i semilavorati necessari per costruire un impianto. Semplificando molto: le lamiere usciranno dal magazzino robotizzato per essere tagliate, piegate e saldate da una linea di robot. Robotizzare significa mettere i lavoratori in condizione di operare con maggiore sicurezza, alleviare la fatica fisica e concentrare i lavoratori sul controllo del processo produttivo. Gli operatori quindi si specializzeranno sempre di più per essere in grado di controllare il funzionamento di macchine sempre più complesse. Inoltre inizieremo i lavori per costruire una foresteria.
Cosa sarebbe?
A villa chiara costruiremo una foresteria con 14 posti letto con tutto ciò che serve per vivere insieme per il personale che viene dall’estero a fare formazione in Italia. Invece di sparpagliare queste persone negli alberghi le faremo alloggiare nella foresteria così avranno modo di conoscersi meglio e di fare gruppo.
E Angelo Baronchelli riesce a trovare un po’ di tempo per se stesso? Ha degli hobby?
Io ho scelto di fare l’imprenditore: non posso contare le ore di lavoro che faccio in un giorno o in una settimana. Certo il lavoro mi assorbe tanto, il lavoro è fatica ma mi dà soddisfazioni. Io devo crearmi sempre un equilibrio di vita e affrontare i problemi con spirito positivo altrimenti soccomberei in fretta. Sono fortunato ad avere tante persone vicino a me che mi sostengono in questa impresa, a partire da mia moglie, dalla mia famiglia. I miei hobby? Mi piace leggere e mi piace camminare a piedi in montagna.
A proposito di famiglia, e i tuoi figli?
Mio figlio Daniele ha 26 anni. Si è laureato in economia e commercio, ha fatto un po’ di esperienza all’estero ed ora è responsabile del settore acquisti. Mia figlia Chiara ha 21 anni e dopo essere diventata ragioniera frequenta l’università di Economia e commercio.
da INSIEMEPER gennaio 2012