GRAZIE AL CONSULTORIO DI ORZINUOVI, UN SERVIZIO UTILE ED EFFICIENTE
Il 31 di ottobre il mio bambino, Niccolò, compirà un anno. Non mi sembra ancora vero che sia già passato tanto tempo; indubbiamente sono stati i mesi più pieni e gioiosi della mia vita. Io che dicevo che nella vita non avrei mai voluto avere dei figli, a fronte di questa esperienza mi rendo conto di quanto fossi sciocca: nulla è tanto emozionante e arricchente quanto essere mamma. Si aggiunga che ho la fortuna di avere un compagno premuroso e molto presente, che mi ha dato una grossa mano sia durante la gravidanza, sia durante il travaglio e il parto, e che si prende cura di Niccolò come solo i super papà sanno fare. E anche i nonni e gli zii sono un grande appoggio, non smetterebbero mai di coccolarlo e prendendosi cura di lui per qualche ora, mi permettono di ritagliarmi del tempo per me.
Ciao Pietro
Pietro Brassini IL DOLORE DELL'IMPOTENZA
Si è spento all'improvviso, giovedì 21 aprile, all'età di 54 anni, il pittore orceano Pietro Brassini.
Ho appreso con dolore la notizia solo il mattino successivo e il mio pensiero è subito tornato al nostro ultimo incontro, alla fine dell'agosto scorso, presso la chiesetta dei morti, mentre stava allestendo in occasione della fiera, la mostra Ali e radici.
"Ali e radici": le opere di Pietro Brassini in mostra alla Chiesetta dei Morti
Angeli e radici, cielo e terra, spazi eterei e tellurici si impastano nelle opere di Pietro Brassini, in mostra alla Chiesetta dei Morti da oggi, 21 agosto 2010, sino al 1 settembre 2010.
Due percorsi apparentemente distanti, ma che serbano sotterraneo un filo conduttore: la sorte di noi uomini alle prese con la quotidianità, con i problemi di ogni giorno, piccoli o grandi che siano. Uomini che, in quanto tali, sono legati al vivere terreno, sicuri solo delle loro orgini, ma che da sempre aspirano al cielo, come bene ci insegna il mito di Dedalo e Icaro, tanto si sentono malfermi su questa terra.
I due percorsi si distinguono nettamente nella disposizione dei quadri. Iniziando da sinistra, il racconto si snoda a partire da evocazioni della Divina Commedia dantesca: dapprima incontriamo un angelo che potrebbe decidere le sorti dell’umanità, indeciso sul da farsi, se scagliare il mondo nell’inferno o concedergli l’espiazione tramite il purgatorio, seguito da un angelo intento a suonare dolci melodie in un contesto paradisiaco. Subito dopo tre angeli rappresentativi delle diverse razze e religioni del mondo: uno dai caratteristici riccioli ebrei, l’altro dai tratti orientali e il terzo dalla carnagione nera, come a suggerire che nessuna popolazione è privata del loro aiuto. Presenze invisibili, ma proprio per questo dotate di un surplus di immanenza: creature diafane, distanti dalla nostra natura inesorabilmente peritura, in grado di vegliare sulla vita dell’uomo, di proteggerlo, di regalare un sorriso ad un bambino, rendendo così evidente e manifesta la loro potenza. Ma possono tutto gli angeli? Sembra chiedersi questo Pietro Brassini, quando, riflettendo sulla tragedia del terremoto che ha colpito l’Aquila, dipinge un angelo sofferente, che piange immerso nelle rovine di una città disabitata e costellata degli oggetti delle persone che vi vivevano. L’opera, dal titolo Il dolore dell’impotenza, scelta anche per la locandina della mostra, sembra essere il fulcro della riflessione dell’artista orceano su queste creature che tanto affascinano l’uomo dai tempi dei tempi. Persino gli angeli non possono che sanguinare di fronte alle tragedie che affliggono la nostra misera umanità. E proprio Troppo sangue si intitola il dittico che continua il racconto: è un angelo di spalle, con le ali insanguinate, che perde piume e gocce di sangue che cadono su una mano di uomo. Qui Brassini sembra volere accantonare la spiritualità di queste creature impalpabili, a favore di una loro umanizzazione. A chiudere il ciclo degli angeli è l’acrilico su tela Il peso del mondo. Una figura alata cammina tirando i fili di una mongolfiera raffigurante il mappamondo circondato da una cornice a quadretti di tutti i colori della tavolozza. Come a dire che nulla del mondo sfugge a queste creature alate, che ne sostengono il fardello. Accanto ai quadri fanno da contraltare alcune poesie scelte di autori come Ginsberg, Baricco, Emily Dickinson, che sembrano donare speranza e fiducia anche là dove sembra che il terreno ci venga a mancare sotto i piedi.
Il ciclo delle radici, a mio avviso, è anticipato da un Ultimo contadino alato, che si distingue dagli altri angeli, raffigurato mentre cammina fra i campi che hanno scandito le stagioni della sua vita passata. Sta per lasciare i suoi terreni per raggiungere la terra promessa. La morte è il tema anche di Destinazione Paradiso in cui una coppia di anziani, dai volti estremamente caratterizzati, si innalzano verso il cielo di una Venezia dalle acque agitate. Ma non muoiono solamente gli uomini, muoiono anche le epoche, le tradizioni, i mestieri che hanno caratterizzato le radici di molte generazioni, prima di essere soppiantati da una industrializzazione fagocitante che ha dettato, con le nuove tecnologie, ritmi sempre più frenetici e consumistici. Mestieri come quello dell’arrotino, dell’impagliatore, dei contadini e delle lavandaie. Sono quadri questi, in cui Pietro accantona l’acrilico e si cimenta con la matita e la grafite, quasi a ricordare certe fotografie in bianco e nero, immagini intrise di nostalgia per molti dei valori che quello stile di vita legato alla natura racchiudeva in sé, come quello della famiglia. Ed infatti nel ciclo delle radici si può leggere un racconto nel racconto, quello dell’amore di un contadino e una lavandaia che invecchiano insieme.
Soprattutto queste ultime opere rivelano uno stile a mio avviso molto più personale di Brassini, rispetto agli anni passati. Un distacco dalle nature morte e dai paesaggi a favore di un giro di vite sull’uomo e le sue origini, i suoi valori, il suo sentire.
La mostra Ali e radici, patrocinata dall’Assessorato alla cultura del Comune di Orzinuovi, è aperta al pubblico da oggi 21 agosto fino al 1 settembre, nei giorni prefestivi e festivi dalle 10:00 alle 12:00, dalle 16:00 alle 19:30 e dalle 21:00 alle 23:00.
Faccio facce: le opere di Uber in mostra a Crema

Venerdì 23 aprile, presso la ex chiesa di Santa Maria di Porta Ripalta a Crema, si è tenuta l’inaugurazione della mostra del pittore orceano, nativo di Rovigo, Uber. Il titolo allitterrante è sicuramente invitante: Faccio facce.
La personale è il frutto di un percorso incentrato sulla ricerca dei misteri dell’identità nascosti sotto l’apparenza della superficie. Uber sembra chiedersi: quante informazioni si riescono a ricavare dai tratti fisionomici di una persona? Sicuramente siamo in un’epoca lontana dalle teorizzazioni della fisiognomica e del darwinismo sociale. Era il 1880 l’anno in cui Lombroso raccoglieva le immagini di “Rivoluzionari e criminali politici, matti e folli”. La psicanalisi ha rivoluzionato la concezione della padronanza dell'io su se stesso, rivelando l’esistenza di un inconscio dal ruolo per nulla marginale. Freud ha inferto la terza ferita narcisistica all’umanità: dopo la rivoluzione copernicana e la scoperta darwiniana della derivazione dell’uomo dalla scimmia, gli studi psicanalitici lo hanno portato a concludere che “l’io non è più padrone a casa propria”.
Ma quanto si riesce a cogliere della complessità della psiche umana dall’aspetto esteriore? La ricerca di Uber sembra andare proprio in questa direzione. Il colore diviene una sorta di sonda per indagare i pensieri più reconditi dei protagonisti delle sue opere, si insinua nelle pieghe della pelle, negli incavi degli occhi, si sofferma sul contorno delle labbra. Volti di uomini e donne, di diverse etnie ed età sembrano prendere la parola sulla tela attraverso i tratti materici della pittura ad olio o acrilico, o tramite i segni più leggeri e fluidi degli acquerelli su carta. Lo stile è lontano dall'accademismo e si piega alla volontà personale di Uber, che da sempre è un grande sperimentatore, oltre che conoscitore ed esperto della tradizione.
I titoli delle opere esposte sono molto eloquenti e aiutano lo spettatore a cogliere il carattere dei personaggi che lo osservano, appesi su bianchi pannelli espositivi. Colori freddi e tratti grezzi e materici danno vita a Lauro: un volto androgino dall’espressione malinconica che ricorda quasi un pierrot. Il nome evoca l’origine latina del termine alloro, una pianta dioica che porta fiori maschili e femminili su piante separate. Ed in effetti il ritratto invita lo spettatore ad interrogarsi sull’identità sessuale di Lauro. Forse non era questo il pensiero di Uber quando ha deciso di dare proprio questo titolo al ritratto, ma sicuramente il nome è evocativo. E molto bella è anche la frase scelta per accompagnare il dipinto: con licenza d’amare.
Teresina, dal sottotitolo sto bene come sto, bella dentro invita ad una riflessione sull’eccessiva importanza attribuita alla bellezza esteriore che contraddistingue i nostri tempi. Basta sfogliare un giornale o accendere il televisore per essere bombardati da immagini di corpi snelli e senza il minimo difetto. La felicità è diventata direttamente proporzionale alla forma estetica. L’interiorità sembra essere un semplice valore aggiunto, per nulla indispensabile. E invece Teresina, in direzione ostinata e contraria, sta bene come è, nonostante i tratti irregolari e molto marcati del suo volto. Le basta essere bella dentro. Ha scoperto il segreto per sopravvivere all’ossessione del bisturi.
Personalmente sono rimasta estremamente affascinata da un acrilico su tela di ampie dimensioni (100 x 140 cm) dal titolo Milite ignoto, con la precisazione senza matricola. Un volto anonimo sfregiato da violente pennellate di colore rosso. Una sorta di schiaffo all’importanza della storia e dei valori eroici, così sottovalutati dalle giovani generazioni.
Molto bello e originale è anche il catalogo della mostra, ideato dalla figlia di Uber, artista anch’essa, Alessia Gatti.
Le opere di Uber, circa sessanta, saranno esposte alla ex chiesa di Porta Ripalta, in via Matteotti 47 a Crema, fino al 3 maggio. La mostra è aperta al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 16:00 alle 20:00 e il sabato e la domenica dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 15:00 alle 20:00.
Per informazioni sul pittore potete visitare il suo sito ufficiale: www.uberlucianogatti.it.
Il Premio Strega e l'operazione trasparenza

Il 29 marzo scorso ho pubblicato un articolo sulla rinuncia al Premio Strega da parte di un Pier Paolo Pasolini indignato nei confronti dell'ingerenza del mondo capitalistico nelle decisioni della giuria. Chiudevo il mio scritto con una nota pessimistica, definendo un'utopia la speranza in un cambiamento da parte del mondo editoriale, che ponesse la cultura al primo posto rispetto all'interesse economico. Ed ecco che invece sfogliando Il fatto quotidiano di oggi mi ritrovo di fronte ad un articolo dal titolo Premio Strega finalisti con operazione trasparenza, di cui mi permetto di riportare uno stralcio: "Mentre vengono resi noti i dodici finalisti, il Premio Strega lancia l’operazione trasparenza. Ai 400 "Amici della Domenica", tradizionale corpo elettorale del premio costituito da uomini e donne di cultura, scrittori, editori, critici, giornalisti, artisti, si aggiungono a partire da quest’anno 30 lettori "forti" selezionati grazie alle segnalazioni di altrettante librerie indipendenti associate all’Ali (Associazione Librai Italiani), distribuite sull’intero territorio italiano. A partire da questa edizione, inoltre, l’elenco degli "Amici storici e attuali del Premio Strega, comprensivo dei nuovi ingressi, è stato pubblicato online sul sito della Fondazione Bellonci, che gestisce il riconoscimento letterario italiano più ambito e chiacchierato".
Trenta non è un gran numero rispetto alla giuria tradizionale, che conta 389 voti individuali e 11 voti collettivi in rappresentanza della Società Dante Alighieri, delle classi di liceo aderenti all'iniziativa e degli istituti di cultura italiana all'estero. E comunque i "lettori forti" sono chiamati a valutare solo le opere finaliste. Tuttavia è un primo passo verso quella trasparenza e quegli interessi culturali che Pasolini nel suo articolo vedeva minacciati dagli interessi economici dei "padroni" editori, motivo per cui decise di rinunciare al riconoscimento.
Di certo sono ancora del parere che perché cambino davvero le cose e il mondo della cultura sia ricostituito dalle fondamenta, sia necessaria una protesta completa, rigorosa e senza compromessi, di cui Pasolini è stato un grandissimo, ma purtroppo isolato esempio. Sono comunque curiosa di sapere chi sarà il vincitore del Premio Strega quest'anno.
Maria Alloisio: una donna scelta dalla poesia.
Ieri sera sono stata alla presentazione delle poesie di Maria Alloisio, il quarto di cinque incontri dedicati a leggere la poesia, alla ricerca del "segreto delle parole", organizzati dalla Dott.ssa Elsa Gipponi presso la Biblioteca comunale. La serata è stata davvero ricca di emozioni e di spunti di riflessione.

Mi sono sentita particolarmente coinvolta, in quanto conosco Maria da anni e l'ho vista stare male in diversi momenti. Per questo non ho potuto fare a meno di commuovermi quando Maria ha detto che "il poeta, non colui che fa poesia, non sceglie la poesia, ma è la poesia che lo sceglie." E l'eletto dalla poesia non può che tenderle la mano fiducioso. Preziosa amica e salvatrice, la poesia ha però rischiato a volte di travolgere Miri (così la chiamiamo noi che la conosciamo), portandola spesso troppo vicina alla sofferenza e in balia del suo ego. E qui è intervenuta la psicanalisi in suo aiuto. "La poesia mi ha salvata dalla follia, ma la psicanalisi mi ha salvata dalla poesia" precisa Maria. La psicanalisi le ha permesso di entrare in contatto con se stessa, di gestire meglio le proprie emozioni e il caos mentale che necessariamente esse suscitano, di ritrovare le proprie origini: solo così ha potuto estromettere un "ego" troppo ingombrante dai suoi versi.
Psicanalisi e poesia, in una sorta di magico connubio, le hanno permesso di non naufragare, l'hanno tenuta ancorata alla riva. Una riva fatta di paesaggi di campagna, di passeggiate a piedi nudi sull'erba bagnata, ad osservare le lucertole in cerca dei loro segreti, a rincorrere le galline, ad ascoltare i cani abbaiare, ad ammirare la luna. Nella poesia Maria ritrova le proprie radici: quelle di una bambina un po' maschiaccio che è cresciuta a contatto con la natura, sorretta dalle "grandi mani da agricoltore del padre", che ha molto amato perché anche negli anni della ribellione l'ha tenuta per mano accompagnandola dove lei voleva andare e non dove lui avrebbe voluto condurla. Al punto da consertirle, insieme alla madre, vent'anni fa, quando la psicanalisi era ancora un tabù, di entrare in cura da uno psichiatra, senza mai chiederle nulla, nella sola speranza di farla stare meglio. Questo ricorda con nostalgia dei suoi genitori: il loro esserci non essendoci, senza essere mai invadenti, lasciandole la grande libertà di esprimersi fino in fondo.
La natura, la donna e l'amore sono stati i temi principali attraverso i quali si è snodata la serata, arricchita dalla proiezione di immagini fiabesche e sognanti, dall'esposizione di due coloratissimi vestiti femminili (che Miri vende alla Crisalide, il suo negozio di abiti vintage) affiancati da tre quadri di Fabrizio Tedeschi, che è riuscito a cogliere molto bene il percorso poetico di Maria. Molto emozionanti sono state anche le interpretazioni musicali di Daniel Martiri (chitarra e voce) e Paola Franchi (sola voce) e le letture di Chiara Caffi.
Forse alcuni avrebbero preferito una serata più canonica, limitata alla sola lettura con commento di alcune poesie scelte. Ma Miri è fuori da tutti gli schemi e non si sarebbe sentita a suo agio in un clima canonico. Per lei poesia sono anche i suoi abiti, i colori, i giovani che credono nell'arte, la musica. Maria è poetessa non solo quando scrive, ma anche e soprattutto quando ammira e presta attenzione a tutto ciò che le sta intorno. Questa è Miri.
Pasolini: un esempio di protesta.

So di non dire nulla di nuovo quando affermo che Pier Paolo Pasolini è stato uno dei più grandi intellettuali del 1900. Tuttavia ogni volta che leggo per la prima volta o rileggo i suoi scritti non posso fare altro che rimanere esterrefatta di fronte al suo acume, alla sua intelligenza e alla sua lungimiranza.
Rileggendo oggi il saggio In nome della cultura mi ritiro dal Premio Strega (in Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori) provo profonda ammirazione per l'onestà intellettuale di un uomo che non è sceso mai a compromessi con alcun tipo di potere in nome della verità.
Nel 1968 Pasolini si ritira dal Premio Strega in quanto è venuto a conoscenza di fatti, di cui non può ovviamente fornire le prove, che lo convincono dell'ingerenza imprenditoriale nelle decisioni della giuria. Così scrive: "Devo rendermene complice? Un editore certamente ha il diritto di fare le pressioni che vuole: i suoi interessi sono di tipo industriale: e di fronte alla concorrenza, lo sappiamo, i "padroni"
Quanto stava avvenendo nell'ambito della giuria del Premio Strega nel 1968, prefigurava in nuce quanto accade oggi in misura molto più ampia nell'ambito dell'editoria, completamente dalla parte degli interessi industriali, contro gli interessi culturali.
Pasolini nel suo saggio cercava, senza trovarla, una risposta al perché di questo servilismo all'industria culturale. In più di quarant'anni sembra che nulla sia stato messo in discussione. Il mondo della cultura dovrebbe essere ricostituito da zero. Ma ciò sarebbe possibile soltanto con una protesta completa, rigorosa e senza compromessi che venga da più parti e non solo dall'onestà intellettuale di alcuni scrittori isolatamente. Ma forse, per come stanno andando oggi le cose, questo buon auspicio è pura utopia.